Sogni di… traduzione

sleepworking

L’altro giorno, navigando sul web, ho trovato questo fumetto e ho subito pensato ad alcuni sogni che mi è capitato di fare nel corso degli anni. A parte dei sogni in cui parlavo inglese, francese o addirittura tedesco (lingua di cui ho una conoscenza elementare), mi è capitato di sognare di tradurre. Addirittura, mi è capitato di sognare semplicemente la traduzione come processo, la ricerca dei traducenti di parole in lingua di partenza nella lingua di arrivo. Questo sogno non era caratterizzato da immagini. Solo il processo mentale della traduzione. Non ricordo bene se allora (è capitato 4-5 anni fa) stessi traducendo sognando di tradurre da o verso l’inglese.

Mi sarà capitato di fare sogni del genere 4-5 volte… allora ero iscritta a un corso di Laurea in Mediazione Linguistica e ogni giorno non vedevo l’ora di dedicare parte del mio tempo libero alla traduzione, quindi mi capitava di tradurre anche la sera prima di andare a dormire. Può darsi che tradurre mi piaceva così tanto che avrei continuato a farlo per ore, quindi sognavo di farlo!! Tradurre mi piace tuttora, ma prima ero talmente presa dalla mia passione per la traduzione da non pensare quasi ad altro (in bene, però: è grazie alla mia dedizione che mi sono laureata dopo soli 3 anni! Amavo veramente quello che facevo!).

P.S.: il titolo del post è liberamente ispirato a questa canzone di Ligabue.

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Quando il gioco si fa duro, ovvero i termini difficili da tradurre

Il mese scorso ho scritto un guest post sul blog “Dalla pratica alla teoria” dell’agenzia Pianeta Traduzioni. Ovviamente, il titolo parla da sé (in inglese, si definirebbe self-explanatory). Il guest post è basato su quella che ritengo la mia prima importante esperienza di traduzione, avvenuta tre-quattro anni fa (avevo cominciato a tradurre i testi proprio in questo periodo del 2008), mentre preparavo la tesi di laurea, di cui ho parlato anche in un post risalente ad aprile 2011.

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, OVVERO I TERMINI DIFFICILI DA TRADURRE

Per la mia tesi di laurea, avevo tradotto due atti di convegno dall’inglese all’italiano. Il convegno in questione (“Interpreting in the 21st Century. Challenges and Opportunities”, tenutosi a Forlì, presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, dal 9 all’11 novembre 2000) faceva il punto della situazione sull’interpretazione alla fine del XX secolo. In particolare, i due atti di convegno da me tradotti riguardano il cosiddetto media interpreting, ovvero l’interpretazione televisiva e per i media in generale. Nel tradurli, ho utilizzato un approccio il più idiomatico possibile, per ottenere una traduzione orientata al testo di arrivo (target-oriented translation). In questo tipo di approccio, messi in rilievo sono il senso del testo, ma anche gli usi e le convenzioni della lingua e cultura di arrivo. In traduttologia, a questo tipo di traduzione si oppone la traduzione orientata al testo di partenza (source-oriented translation), in cui la traduzione letterale si adopera come strategia traduttiva e si tende a importare nel testo di arrivo (TA) gli elementi culturali e linguistici del testo di partenza (TP). Mentre nella target-oriented translation vengono privilegiate le aspettative linguistiche, stilistiche e socioculturali dei lettori della lingua d’arrivo (LA), lo scopo della source-oriented translation è quello di avvicinare questi ultimi alle forme originali del TP.

Avevo preferito tradurre idiomaticamente perché credo che un buon traduttore non debba tradurre troppo letteralmente: mentre il lettore della LA legge il testo tradotto, questo non deve sembrargli una traduzione. Infatti l’operato del traduttore non deve trasparire nel prodotto finale: quel testo deve sembrare scritto da un parlante madrelingua della LA. Leggendo una buona traduzione di questo tipo, quasi non ci si accorgerebbe che è un testo tradotto. Si mira a creare sul lettore della LA lo stesso effetto che il TP avrebbe sul lettore della lingua di partenza (LP). Newmark, ne “La traduzione: problemi e metodi” (trad. di F. Frangini, Milano, Garzanti, 1988), definisce “comunicativa” questo tipo di traduzione, in opposizione alla traduzione semantica, con cui il traduttore “cerca […] di riprodurre l’esatto significato contestuale dell’autore” (pag. 51).

Ecco alcuni termini che, in fase di traduzione, mi avevano dato qualche problema, poiché spesso viene dato loro un senso particolare, diverso dal solito, oppure sono difficili da trovare nei comuni vocabolari perché termini specialistici. Per capire in che senso erano stati usati (e, quindi, per tradurli in modo opportuno), era stato necessario fare delle ricerche.

the industrial character of message production for mass communication, involving enormous personal and technical resources and economic interests, which makes it difficult to identify and clearly distinguish between animator, author and principal of a message.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 205)

la natura industriale della produzione di messaggi per le comunicazioni di massa, che implica enormi risorse personali e tecniche e interessi economici. Questa rende difficile identificare e distinguere chiaramente tra “animatore”, autore e “mandante” di un messaggio.

Il sociolinguista Goffman usa questi tre termini nel suo libro “Forme del parlare”, pubblicato negli anni ‘80. Si parla dei ruoli dei parlanti/oratori, e Goffman preferisce la nozione di production mode a quella di “parlante” o di “mittente”. Questa nozione comprende le funzioni di animator, author e principal.

Per animator s’intende il parlante come “macchina fonica”: presta la sua voce al messaggio da trasmettere e, spesso, può essere un semplice sostituto dell’autore.

In “Traduzione scritta e traduzione orale” Straniero Sergio non traduce il termine, ma inserisce una spiegazione in italiano tra parentesi. Nella sua tesi di dottorato, Amato (2007) scrive sia il termine in corsivo, traduce il termine letteralmente mettendolo tra parentesi (ha usato una “etichetta traduttiva”) e aggiunge una spiegazione. L’animator è una “macchina parlante che di fatto presta la sua voce, ma spesso funge solo da sostituto dell’autore”.

Sciubba traduce il termine con “animatore”, così come viene riportato su altri testi, ma scrive anche, tra parentesi, “o macchina fonica”. Comunque, il senso che il termine ha nel testo è uno che Goffman stesso ha dato alla parola.

Quindi, avevo tradotto il termine letteralmente e visto che, di solito, la parola “animatore” evocherebbe tutt’altro (tipo “chi organizza le attività, specialmente sportive e di svago, di un gruppo di persone”) e il senso in cui il termine è usato qui è uno “insolito”, avevo deciso di metterlo tra virgolette.

Per quanto riguarda l’uso delle virgolette, Newmark ha scritto:

“Il traduttore (e il tipografo) usano di norma le virgolette per […] traduzione letterale, soprattutto di termini culturali o collocazioni straniere: di solito fra parentesi per indicare, dopo la riproduzione dell’originale, che sono inaccettabili ma che aiutano a spiegare il significato. […] Il traduttore può anche usare le virgolette (corsivo o virgolette nella stampa) anche per […] una parola usata in senso fantasioso o figurato al di fuori del suo contesto abituale […] indicare […] un’etichetta traduttiva”.

Per author, indubbiamente, avevo optato per una traduzione letterale: con questo termine si indica l’autore, “entità che formula il testo” (Straniero Sergio) o “chi ha formulato e preparato gli enunciati che vengono prodotti” (Amato). Inoltre, Duranti, in “Linguistic Anthropology”, scrive: “The author is the one who is responsible for the selection of words and sentiments that are being expressed”.

Per quanto riguarda principal, termine preso dal linguaggio legale (“nell’ambito del contratto di mandato, chi incarica il mandatario di compiere uno o più atti giuridici nel proprio interesse”), per Duranti “is the person or institution whose position or beliefs are being represented. The principal is also the one who is held responsible for whatever position is being presented”.

Straniero Sergio traduce il termine con “mandante” e, questo ruolo, può anche non coincidere con quello di author. Viene fatto l’esempio del caso in cui una persona viene incaricata di formulare un testo seguendo precise istruzioni del suo superiore o un ente. Per Amato, il principal (tradotto anche qui con “mandante”) è “qualcuno che crede personalmente in ciò che si dice e assume la posizione implicata in ciò che viene detto”. Per conservare il rimando alla terminologia legale, volutamente usato dall’autore, anch’io avevo tradotto “mandante”.

Sempre nello stesso testo, a pagina 208, c’è il termine gatekeeping:

In the case of mixed roles, there can be an even stronger interference with personal goals of the presenter/interpreter (tendency to adapt the translated discourse to one’s expectations or aims, need of topic and situation development, gatekeeping etc.).

Nel caso dei ruoli misti, ci può essere un’interferenza ancora più forte con gli obiettivi personali del presentatore/interprete (la tendenza ad adattare il discorso tradotto ai propri obiettivi o aspettative, la necessità di sviluppare l’argomento e la situazione, il controllo del flusso dell’informazione, ecc…).

Secondo Lewin, il gatekeeper (letteralmente: “custode del cancello”) è il controllore del flusso dell’informazione, che ha il potere di decidere se lasciar passare o bloccare l’informazione. Le sue decisioni vengono realizzate non tanto sulla base di valutazioni individuali, quanto a un insieme di valori che includono criteri professionali, organizzativi. Il gatekeeper subisce delle pressioni e dei condizionamenti affinché si comporti in un certo modo. Per Wolf, il gatekeeping comprenderebbe:

“tutte le forme di controllo dell’informazione che possono determinarsi nelle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti […] le esigenze organizzativo-strutturali e le caratteristiche tecnico-espressive di ogni mezzo di comunicazione di massa (in quanto) elementi cruciali nel determinare la rappresentazione della realtà sociale fornita dai media”.

Talvolta, una conseguenza di questo controllo dell’informazione può essere la distorsione delle informazioni che si vogliono trasmettere attraverso i media.

Talvolta il controllo dell’informazione può sfociare nella censura, che è un suo caso estremo. Per fare un esempio, il 20 gennaio 2009 due portali Internet cinesi hanno censurato parte del discorso di insediamento di Barack Obama, in cui si menzionava la sconfitta di fascismo e comunismo, e si criticavano i dittatori che sopprimono il dissenso. La TV di Stato cinese non ha trasmesso il discorso in diretta, ma il sito del quotidiano “China Daily” lo ha pubblicato senza censure e non tradotto.

A pagina 209 (paragrafo 3.5) si parla di talk-as-play e di footing:

In the entertainment genre (see 3.8. Genres), phatic aspects, talk-as-play and footing are skilfully used by media professionals to create a “personalised style of pseudo-intimacy” (Holly 1995:345) and to enhance parasocial interaction involving the virtual audience.

Nel genere dei programmi di intrattenimento (si veda il paragrafo 3.8. Generi), gli aspetti fàtici, l’impostazione ludica del discorso e il footing sono usati abilmente dai professionisti dei media per creare un “tipo personalizzato di pseudo-confidenza” (Holly 1995:345) e per intensificare l’interazione parasociale con il pubblico virtuale.

Per quanto riguarda il primo termine, Bateson introduce il concetto del play frame (contesto ludico), secondo cui possiamo considerare le nostre azioni come “serie” o “fatte per gioco”. I partecipanti a una conversazione possono far capire agli altri se qualcosa viene fatta seriamente o per gioco, per scherzo. Qualunque cosa può essere divertente (Coates). Nella categoria playful talk rientrano diverse attività e azioni, come prendere in giro qualcuno, scherzare, i giochi di parole, le parodie, ecc… (Lytra). Inizialmente, avevo tradotto talk-as-play con “modo scherzoso di parlare” ma, alla fine, avevo capito che qui s’intende l’impostazione ludica del discorso, e quindi avevo tradotto così.

Footing, invece, può indicare:

  • the conditions or arrangements on which something is based;
  • a firm hold with your feet when you are standing on a dangerous surface;
  • the solid base of bricks, stone etc that is under a building to support it and fasten it to the ground.

All’inizio, lo avevo reso con “posizione” ma, a parte il fatto che da solo non significava niente, ho notato che Straniero Sergio lo ha usato in corsivo e non tradotto. Viene citato anche qui Goffman, secondo cui: “Footing è la posizione che il parlante assume nei confronti di se stesso e dei suoi interlocutori nell’ambito di una situazione comunicativa”. Quindi, anch’io avevo deciso di lasciare il termine in LP.

The main characteristics of media instrumentalities, compared to more traditional forms of interpreting, are their increasing technicality and minimal control the interpreter has over them, as well as the complete lack of back-channel from the off-screen audience and, sometimes, from all participants.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 210)

Le caratteristiche principali degli strumenti mediatici, rispetto a forme di interpretazione più tradizionali, sono il loro maggiore carattere tecnico e il minimo controllo che l’interprete ha su di loro, così come la mancanza totale di un back-channel da parte del pubblico da casa e, talvolta, da tutti i partecipanti.

Il back-channel è una sorta di feedback, di reazione che ha l’ascoltatore, per far capire a chi parla che lo sta seguendo nel suo discorso (per esempio, quando si annuisce). Avevo deciso di trascriverlo invece che tradurlo perché avevo capito che si trattava di termine tecnico legato alla linguistica.

TESTO DA CUI SONO STATI TRATTI GLI ATTI DI CONVEGNO TRADOTTI:

GARZONE, G. – VIEZZI, M. (a cura di), Interpreting in the 21st Century. Challenges and opportunities. Selected papers from the 1st Forlì Conference on Interpreting Studies, 9-11 November 2000, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins Publishing Company (Benjamins Translation Library, 43), 2002, pagg. 203-225.

Per quanto riguarda i testi di approfondimento sull’interpretazione televisiva, si rimanda a questa pagina.

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Practice Makes Perfect

Practice Makes Perfect

Practice Makes Perfect.

P.S.: I got this mini t-shirt printed when my website was still mylifeintranslation.net.

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Strategie di ricerca su Google (parte II)

Avevo già scritto un post sulle strategie di ricerca su Google due anni e mezzo fa.

Leggendo “Cosmopolitan” di marzo, ho trovato un articolo intitolato “Sei sicura di saper cercare su Google?”, a cura di Eugenio Spagnuolo. Ecco alcune strategie presentate nell’articolo in questione:

  • Iscrivendosi a Google si possono personalizzare le proprie ricerche. In alto a destra, sotto il nome utente utilizzato su Google, c’è un pulsante con una ruota dentata. Dopo averlo cliccato, selezionare “Impostazioni di ricerca” -> “Posizione” e inserire il proprio indirizzo o la propria città. Google ne terrà conto, ad esempio, se si cercano attività commerciali nei paraggi, come ristoranti e negozi.
  • Si stanno cercando due o più parole? Basta inserire la congiunzione inglese “and” tra loro e Google mostrerà i siti dove sono presenti tutte le parole oggetto della ricerca (ad esempio, mare and Italia).
  • Se, invece, si sta cercando una sequenza di parole specifica, in un certo ordine (ad esempio, il testo di una canzone), basta metterla tra virgolette (ad esempio, “Never mind I’ll find someone like you”).
  • Se non ci si ricorda una parola all’interno di una frase, basta sostituirla con un asterisco (ad esempio, La nebbia agl’irti * piovigginando sale).
  • Google fa anche da convertitore di unità di misura e di valute. Ad esempio, 50 chili in libbre, 1 euro in dollari.
  • Inoltre, Google può essere utilizzato come calcolatrice: è capace di fare le operazioni con +, -, *, / e di calcolare le percentuali (ad esempio, 30% di 650).
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Il traduttore è un ponte e le parole sono stanze

Sono rimasta colpita da due brani del “Manuale del traduttore” di Bruno Osimo, che sto studiando per un esame.

Lisbona, Ponte 25 de Abril.

Se il traduttore è un ponte tra due sistemi della semiosfera, e alla mediazione culturale del traduttore ricorrono coloro che non hanno la capacità individuale di mediazione per passare autonomamente da un mondo all’altro, bisogna vedere fino a quale punto del ponte il lettore viene condotto per mano dal traduttore, e fino a che punto è il mondo altro a essere semplificato e addomesticato in modo da apparire più vicino. Perché, in sostanza, è in queste due direzioni che l’opera mediatrice del traduttore si esplica: da un lato fornisce direttamente al lettore gli strumenti per affrontare un testo altrimenti inaccessibile; dall’altro, ricostruisce il mondo da scoprire, lo traduce in termini più familiari, lo rende comprensibile semplificandolo. Nel primo caso accompagna il lettore lungo il ponte, nel secondo crea degli effetti speciali che fanno apparire il mondo inaccessibile più vicino.

Tutta l’opera di addomesticamento che il traduttore non compie, è strada in più che deve essere percorsa dal lettore, e perciò, a seconda di quanto il lettore modello della cultura ricevente venga considerato capace e attrezzato per affrontare la realtà del mondo altro, il traduttore sarà nei suoi confronti più o meno paternalista, producendo un testo più o meno ghiotto di novità, più o meno liscio, scorrevole. Un testo è scorrevole non soltanto quando la sintassi e il lessico sono consueti, ma anche quando gli elementi culturali che vi si incontrano sono familiari. (pag. 55-56)

Vincent Van Gogh, La camera di Vincent ad Arles, 1888.

Immaginiamo la parola come una stanza prefabbricata che ha pareti, su ciascuna delle quali è una finestra, con una visuale diversa da quella delle altre, più o meno diversa a seconda dell’angolazione delle pareti (= la distanza semantica tra le accezioni) e dell’omogeneità del paesaggio (= campo semantico). La traduzione sarà un edificio composto da un certo numero di queste “stanze prefabbricate”. In due lingue non esistono mai due parole-stanze che hanno lo stesso numero di finestre e con lo stesso orientamento, perciò il traduttore, nell’edificare la sua versione, deve scegliere la stanza che ritiene più adatta; ma così facendo […] impedisce al suo lettore di guardare da certe finestre e di vedere certe prospettive, e nel contempo gli permette di guardare da finestre che l’autore non aveva previsto. (pag. 80) 

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10 Things You Should Never Say to a Translator

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When Translators (and Language Students) Meet the Rest of the World

  • MYTH: Translation/language students and translators/interpreters are living dictionaries.
  • REALITY: Yes, we speak more than one language. No, we don’t know all the words in a given language. It’s impossible to know EVERY. SINGLE. WORD, even in your mother tongue. Vocabulary is important, but we are no living dictionaries and us humans can’t know everything.

I find situations like these annoying:

PERSON I’M TALKING TO: “How do you say *insert word here* in *insert language here*?”

I usually ask them to tell me the context (and think “Ah, if only they realized that a word has different meanings in different contexts…”), a sentence in which they would use that word. Staying on topic, here’s a joke:

  • How many translators does it take to change a light bulb?
  • It depends on the context.

So, for translation/interpreting professionals and students, context is extremely important. We can’t read your mind, and guessing possible meanings might lead to making mistakes.

Next conversation:

  • PERSON I’M TALKING TO: “Wow, you study languages! How many do you speak?”
  • ME: “Four: Italian, English, French and some German.”
  • PERSON I’M TALKING TO: “You know only those?” or “Why don’t/didn’t you study Arabic/Chinese/etc?”

You usually study two to three languages at university. It takes a lot of time to learn a language well, let alone two or three. In my opinion, it’s better to know two or three languages at an advanced level than five or six at an elementary level. In this case, quality matters more than quantity but, if you manage to speak five to six languages at an advanced level… well, congratulations! :) I chose to study English and French because I like(d) them and I’ve studied them since I started middle school. I can speak them fluently and I’m looking forward to improving more and more. I chose English in particular because it is “my passion, my obsession, my life” (as I wrote on some social networking site). Why should I study languages I’m not interested in learning? It also takes many years and stays abroad to learn languages like Arabic and Chinese well.

If you’re on Twitter, maybe in the last few days you read some tweets on “Tips to date a translator” (or an interpreter). I had tons of fun reading them, and I couldn’t have enough of them, haha. Two words: compulsive reading. You can find all the tweets here.

My favourite ones:

  • Do not take us too literally and always be faithful. @judittur
  • And for God’s sake, spell check your written correspondence. Nothing turns translators off more. @jackiedeal
  • Suggesting Google Translate will replace human translators will lead to you making love *without* human translators. @miguelllorens
  • Resign yourself to this: The woman loudly criticizing the subtitles in the midst of an action movie is your girlfriend. @miguelllorens
  • Don’t brag about your knowledge of a foreign language UNLESS you are really fluent! @avinc1
  • Distract the waiter while your translator friend takes photos of the ill translated menu. @petra_s_ger 
  • We love puns. We LOVE them. If you play on words smartly, you’ll get 100 extra points. ;) @toolupwithwords
  • Don’t be surprised if you buy them chocolates and the 1st thing they do is read the ingredients in all the languages! @Silvia_MediaLoc 
  • Be ready to put up with pointless arguments about grammar and etymology when fellow translators are around. @carlosckw
  • If you ask the translation of a word and she doesn’t know it don’t reply “what kind of translator r u?@Laura_Solana
  • Pour son anniversaire, un bon dictionnaire fera toujours l’affaire. @juliettelemerle

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