Post in italiano, traduzione

Come mi sono “innamorata” della traduzione

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Per prima cosa, buona Giornata mondiale della traduzione a tutti!

Quest’anno intendo festeggiare questa ricorrenza scrivendo un post su come è cominciata la mia passione per la traduzione.

Le lingue straniere mi hanno sempre affascinata e incuriosita. Da bambina conoscevo già alcune parole in inglese, come i nomi di alcuni personaggi di Walt Disney, i numeri da 1 a 10 e qualche breve frase. Quando avevo quasi 9 anni, ho cominciato ad ascoltare quasi esclusivamente musica in inglese, perché mi piaceva di più rispetto alla musica italiana. Nonostante non ne conoscessi il testo e il significato, mi divertivo a cantare, inventandomi le parole, canzoni come “Lemon Tree” dei Fool’s Garden o “Summer Is Crazy” di Alexia.

Alle medie ho voluto frequentare un corso in cui si insegnavano sia l’inglese che il francese: è stato allora che ho cominciato a studiare le lingue straniere (e non ho più smesso!). Ho scoperto di essere portata per queste materie, e così ho deciso di frequentare il liceo linguistico. Intanto, a quasi 15 anni avevo aperto il mio primo sito web (sia in italiano che in inglese), ma leggevo anche blog e siti di running (di cui ero appassionata) in inglese, anche se conoscevo ancora poche parole. All’epoca non me ne rendevo conto, ma leggere così tanto in inglese aveva contribuito a sviluppare la mia padronanza della lingua.

Ricordo che a scuola traducevamo dei testi, di cui spesso ci facevano fare la retroversione, ossia la ritraduzione di un testo che avevamo tradotto dalla lingua straniera all’italiano. Grazie alla traduzione imparavo (e imparo tuttora) nuove parole: già in quegli anni mi divertivo a sfogliare i dizionari, li adoravo!

Nel periodo in cui ho dovuto scegliere il mio corso di studi all’università, ho optato per Mediazione linguistica piuttosto che per Lingue e letterature straniere, e ricordo di aver pensato: “A me piace tradurre, quindi scelgo quel corso”. Come si direbbe in inglese, no regrets (se qualcuno preferisce il francese, je ne regrette rien).

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Post in italiano

Il code switching e altre storie

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Ieri sera ero al supermercato quando, all’improvviso, quest’ultimo viene “invaso” da un gruppo numeroso di turisti stranieri, circa una trentina di persone che parlavano una lingua che mi sembrava slava (Russo? Polacco? Non avendole mai studiate, non saprei distinguerle). Tra gli articoli che avevano messo nei carrelli, c’erano prodotti locali, birra, limonate e preparati per panna cotta, per non parlare del preparato per la cioccolata calda (e pensare che siamo a luglio!!!) che aveva preso una signora.

Cosa mi succede: comincio a pensare in due lingue contemporaneamente, sia in italiano che in inglese, forse perché il mio cervello si stava preparando all’eventualità di dover comunicare con queste persone, magari per dire “Mi scusi/scusate, permesso” o cose di questo genere. La cassiera mi chiede qualcosa e io rispondo “Yes”, poi mi fa notare che, per distrazione, mi ero dimenticata di pesare un sacchetto al reparto ortofrutta ed esclamo “Oh my!”. Vado a pesare il sacchetto in questione e penso: “Che codice è?”. Leggo il codice, era il 22 ma, invece di “ventidue”, penso “twenty-two”. Non l’ho neanche fatto apposta, mi è venuto spontaneo!

Questo fenomeno si chiama commutazione di codice (o code switching), e si può verificare in chi conosce più di una lingua o dialetto. L’Enciclopedia Treccani spiega benissimo (in modo esaustivo, direi) la definizione di questo termine, con vari esempi, e la differenza con il code mixing. 

Di recente, mi hanno contattata chiedendo informazioni su come fare un’analisi traduttologica. Tempo fa avevo scritto un post a riguardo, e sento la necessità di “ampliarlo” in questo post, a mo’ di postilla, consigliando alcuni libri a chi deve cimentarsi con questo tipo di analisi. Entrambi i libri a cui mi riferisco utilizzano un approccio pratico, quindi non sono la solita raccolta di teorie della traduzione; inoltre, riportano degli esempi di procedimenti traduttivi e di come differiscono alcune caratteristiche (ad esempio, grammaticali) delle lingue prese in esame.

Il primo libro che consiglio si rivolge a chi ha l’inglese nella propria combinazione linguistica: “Tradurre. Manuale teorico e pratico” di Paola Faini, edito da Carocci.

Il secondo libro, invece, può essere molto utile ai francesisti: “La pratica della traduzione. Dal francese in italiano e dall’italiano al francese” di Josiane Podeur, edito da Liguori. Ho appena visto su Amazon che è disponibile anche in formato e-book.

Post in italiano, traduzione, translation

La traduction est une histoire d’amour

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La traduction est une histoire d’amour, romanzo dello scrittore quebecchese Jacques Poulin, è incentrato sulle vicende di Marine, traduttrice di origini irlandesi, e Jack Waterman, autore di un libro che lei traduce in inglese. Un giorno, Marine trova un gattino nero nei pressi dello chalet dove alloggia, sull’isola di Orléans: Jack la aiuta a trovare la sua padroncina, cercando degli indizi come se fossero dei detective.

Nell’esergo del romanzo, Poulin ha inserito una citazione di Albert Bensoussan, tratta da Traduction et création:

En définitive dans cette affaire, il s’agit bien de couple et nous parlons d’amour. Oui, nous parlons de traduction dont la définition est, d’abord, d’être un transport. Transport de langue ou transport amoureux.

Marine, la narratrice, parla del suo lavoro a più riprese:

On fait un drôle de travail, nous les traducteurs. N’allez pas croire qu’il nous suffit de trouver les mots et les phrases qui correspondent le mieux au texte de départ. Il faut aller plus loin, se couler dans l’écriture de l’autre comme un chat se love dans un panier. On doit épouser le style de l’auteur. (pag. 41)

En passant, je ne sais pas si les traducteurs font toujours leur travail d’une manière consciencieuse. Voulez-vous me dire pourquoi l’expression se lever au chant du coq a été traduite par to get up with the lark! Et pourquoi to sing like a lark devient en français chanter comme un rossignol! (pag. 45)

De son côté, monsieur Waterman se réfugia dans la lecture. Fouillant dans ma bibliothèque […] il avait trouvé les Lettres à Milena de Frank Kafka. Un livre que je traînais avec moi depuis l’époque de mes études à Genève. Il m’avait été recommandé par un professeur très original dont le cours s’intitulait « La traduction est une histoire d’amour » […] Je passais l’après-midi et une partie de la soirée dans une sorte de torpeur entrecoupée de brefs souvenirs qui me revenaient à l’esprit sous forme d’images ou de mots. Par exemple, cette phrase que j’avais notée pendant le cours […] : « Chaque jour, pour être fidèle à votre texte, mes mots épousent les courbes de votre écriture, à la manière d’une amante qui se blottit dans les bras de son amoureux. » C’était Milena qui s’adressait ainsi à Kafka. Mais je ne me souvenais pas si la phrase appartenait vraiment à la traductrice tchèque ou si ce n’était pas plutôt mon professeur qui la lui avait mise dans la bouche afin d’illustrer sa thèse […] les lettres de Milena, contrairement à celles de Kafka, n’avaient pas été conservées. (pagg. 112-113)

Citazioni tratte da POULIN, J., La traduction est une histoire d’amour, Lémeac / Actes Sud, 2006.

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Le app che mi hanno cambiato la vita

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La mia postazione di lavoro. Anche il doppio monitor è qualcosa che mi ha cambiato la vita, visto che lo schermo del portatile mi stanca parecchio la vista.

Oggi parlerò di alcuni software che hanno cambiato in meglio la mia vita per quanto riguarda la produttività.


Focus 10

 

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Questo programma permette di impostare dei timer per le sessioni di lavoro e le pause: funziona con la cosiddetta tecnica del pomodoro, ma si possono impostare anche dei tempi diversi. Io, personalmente, mi trovo molto bene con la tecnica del pomodoro: ogni 25 minuti di lavoro, ce ne sono 5 di pausa e, ogni 4 sessioni da 25 minuti, c’è una pausa più lunga da 15. Al termine di ciascuna sessione, che sia di lavoro o di pausa, appare una notifica e, contemporaneamente, suona una sveglia.

Per me, è meglio dividere la giornata lavorativa/di studio in varie sessioni piuttosto che fare tutta una tirata: rischio di stancarmi e/o distrarmi più facilmente. Una caratteristica che mi piace di Focus 10 è la funzione “Stats”, che permette di vedere quanti minuti o quante sessioni sono stati dedicati al lavoro in una settimana. Ho provato diverse app simili, ma questa la reputo una delle migliori. Ho scaricato gratuitamente Focus 10 dallo Store di Windows (è disponibile per Windows 10).


ClearFocus

 

clearfocus

 

Se non si possiede un computer con Windows 10, ma uno smartphone con il sistema operativo Android (di recente, però, hanno creato anche una versione per iOs), un’ottima alternativa a Focus 10 è ClearFocus. Il funzionamento è molto simile a quello di Focus 10 (ha le statistiche e permette di personalizzare i tempi delle sessioni). Uso ClearFocus quando non ho il PC con me. Installando anche ClearLock, si possono bloccare app potenziali fonti di distrazione (a questo scopo, sul PC uso anche l’estensione Strict Workflow per Chrome).


Lexibar

 

lexibar

 

Esistono varie versioni di questo tool che reputo ormai indispensabile. Lexibar permette di utilizzare caratteri speciali di una determinata lingua in modo immediato, senza ricorrere a ostiche combinazioni di tasti o allo strumento “Inserisci carattere” dei programmi di videoscrittura. Utilizzo la versione per la lingua francese di Lexibar da anni: è comodissima!


Quali sono le app che hanno migliorato la vostra produttività?

Post in italiano, traduzione

Il mio percorso per diventare traduttrice

Leggendo questo post di Ilaria Corti, ho pensato a quanto simili possano essere le mie esperienze e i miei pensieri.

Per prima cosa, anch’io ho studiato Mediazione linguistica e poi mi sono iscritta a Lingue straniere per l’impresa e la cooperazione internazionale (ho sostenuto tutti gli esami e mi manca solo la tesi, però ammetto che ho avuto dei momenti in cui mi sono detta: “Ma chi me l’ha fatto fare? Io odio le materie economiche!”).

Anch’io, a volte, mi chiedo perché non mi sono iscritta a un corso di laurea magistrale in Traduzione, piuttosto. Un momento, io ero iscritta a Traduzione, poi ho dovuto cambiare corso per vari motivi che non sto a elencare, è una storia lunga.

In realtà, ho scelto Lingue straniere per l’impresa anche perché nel piano di studi c’erano dei corsi di traduzione: sia al primo che al secondo anno, ho tradotto testi specialistici e studiato su libri di teoria della traduzione.

Comunque, spesso all’università non ti spiegano come cominciare a lavorare in proprio. Si sa, nella maggior parte dei casi, il mestiere del traduttore viene svolto in qualità di lavoratore autonomo. Per fortuna, vengono organizzati dei corsi, come questo di STL, che mirano a insegnare a un aspirante traduttore tutto ciò che riguarda la libera professione: regimi fiscali, strategie di marketing, tariffe, business plan, ecc.

A proposito di programmi per aspiranti traduttori (traduttrici e interpreti, in questo caso), il mese prossimo comincerà il Freelance Lab, organizzato da Francesca di Punto F. Strutturato in due periodi, ritengo che sia un programma completo e un’ottima iniziativa per chi intende lavorare come traduttrice/interprete ma deve ancora gettare le basi della propria attività. Fino al 16 dicembre, ci si può iscrivere approfittando di promozioni early bird, ma attenzione: i posti sono solo dieci! Io mi sono iscritta, non vedo l’ora di cominciare questo percorso!

Cito il post di Ilaria Corti:

Cosa mi fa alzare tutte le mattine con entusiasmo e voglia di fare?

La risposta era sempre una: la traduzione.

Alla fine, non esiste un unico tipo di percorso per diventare traduttori. 

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Tradurre è un’arte / Translation Is an Art

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Tratto dalle conclusioni della mia tesi di Laurea triennale:

Tradurre è un’arte. Ogni testo tradotto è un disegno su tela, e sta al traduttore decidere quali colori utilizzare per trasmettere il senso del testo originale al suo pubblico. Le traduzioni effettuate sono da ritenersi una delle possibili interpretazioni dei testi. Un altro traduttore potrebbe renderli in modo diverso […] Comunque, il risultato finale è sempre la trasmissione, nella lingua e nella cultura di arrivo, di un testo legato a una cultura e a una lingua di partenza.

From the Conclusions part of my Bachelor’s Degree thesis:

Translation is an art. Each translated text is a drawing on a canvas, and it’s up to the translator to choose which colours to use in order to convey the meaning of the source text to its public. The translations I did should be considered one possible interpretation of the original texts. Another translator might translate them differently […] By the way, the final result is always the transmission, in the target language and culture, of a text which is tied to a source language and culture.

Posts in English, translation

Why I Love Being a Translator

traduzione

It’s been four (yes, FOUR!) years since I last wrote a post on my blog. I know, it’s been a very long time. I have been busy with my MA course, and I also started working on my thesis, which will be on French literary translation (more details about it in upcoming posts).

Today is one of those days in which I love my job, and I feel proud to be a translator! I am glad I chose this path, I realised that I found my calling. I am writing this post after attending the TetraTeTra translation conference in Forlì, which I enjoyed. It’s 12:37 a.m. right now but, instead of going to bed, I decided to write a post on the reasons why I love being a translator. Here they are:

1) The sense of satisfaction and completion I feel after finding le mot juste, or after finishing the translation of a text;

2) It’s an enriching job which allows you to expand your knowledge in both source and target languages. Two words: lifelong learning;

3) As a freelancer, I can have a flexible working schedule, by adapting it to what needs to be done that day. I can work at home and fully concentrate on the text I’m working on.

That’s all for now. The bed is waiting for me… I’m tired, but happy!

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Sogni di… traduzione

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L’altro giorno, navigando sul web, ho trovato questo fumetto e ho subito pensato ad alcuni sogni che mi è capitato di fare nel corso degli anni. A parte dei sogni in cui parlavo inglese, francese o addirittura tedesco (lingua di cui ho una conoscenza elementare), mi è capitato di sognare di tradurre. Addirittura, mi è capitato di sognare semplicemente la traduzione come processo, la ricerca dei traducenti di parole in lingua di partenza nella lingua di arrivo. Questo sogno non era caratterizzato da immagini. Solo il processo mentale della traduzione. Non ricordo bene se allora (è capitato 4-5 anni fa) stessi traducendo sognando di tradurre da o verso l’inglese.

Mi sarà capitato di fare sogni del genere 4-5 volte… allora ero iscritta a un corso di Laurea in Mediazione Linguistica e ogni giorno non vedevo l’ora di dedicare parte del mio tempo libero alla traduzione, quindi mi capitava di tradurre anche la sera prima di andare a dormire. Può darsi che tradurre mi piaceva così tanto che avrei continuato a farlo per ore, quindi sognavo di farlo!! Tradurre mi piace tuttora, ma prima ero talmente presa dalla mia passione per la traduzione da non pensare quasi ad altro (in bene, però: è grazie alla mia dedizione che mi sono laureata dopo soli 3 anni! Amavo veramente quello che facevo!).

P.S.: il titolo del post è liberamente ispirato a questa canzone di Ligabue.

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Quando il gioco si fa duro, ovvero i termini difficili da tradurre

Il mese scorso ho scritto un guest post sul blog “Dalla pratica alla teoria” dell’agenzia Pianeta Traduzioni. Ovviamente, il titolo parla da sé (in inglese, si definirebbe self-explanatory). Il guest post è basato su quella che ritengo la mia prima importante esperienza di traduzione, avvenuta tre-quattro anni fa (avevo cominciato a tradurre i testi proprio in questo periodo del 2008), mentre preparavo la tesi di laurea, di cui ho parlato anche in un post risalente ad aprile 2011.

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, OVVERO I TERMINI DIFFICILI DA TRADURRE

Per la mia tesi di laurea, avevo tradotto due atti di convegno dall’inglese all’italiano. Il convegno in questione (“Interpreting in the 21st Century. Challenges and Opportunities”, tenutosi a Forlì, presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, dal 9 all’11 novembre 2000) faceva il punto della situazione sull’interpretazione alla fine del XX secolo. In particolare, i due atti di convegno da me tradotti riguardano il cosiddetto media interpreting, ovvero l’interpretazione televisiva e per i media in generale. Nel tradurli, ho utilizzato un approccio il più idiomatico possibile, per ottenere una traduzione orientata al testo di arrivo (target-oriented translation). In questo tipo di approccio, messi in rilievo sono il senso del testo, ma anche gli usi e le convenzioni della lingua e cultura di arrivo. In traduttologia, a questo tipo di traduzione si oppone la traduzione orientata al testo di partenza (source-oriented translation), in cui la traduzione letterale si adopera come strategia traduttiva e si tende a importare nel testo di arrivo (TA) gli elementi culturali e linguistici del testo di partenza (TP). Mentre nella target-oriented translation vengono privilegiate le aspettative linguistiche, stilistiche e socioculturali dei lettori della lingua d’arrivo (LA), lo scopo della source-oriented translation è quello di avvicinare questi ultimi alle forme originali del TP.

Avevo preferito tradurre idiomaticamente perché credo che un buon traduttore non debba tradurre troppo letteralmente: mentre il lettore della LA legge il testo tradotto, questo non deve sembrargli una traduzione. Infatti l’operato del traduttore non deve trasparire nel prodotto finale: quel testo deve sembrare scritto da un parlante madrelingua della LA. Leggendo una buona traduzione di questo tipo, quasi non ci si accorgerebbe che è un testo tradotto. Si mira a creare sul lettore della LA lo stesso effetto che il TP avrebbe sul lettore della lingua di partenza (LP). Newmark, ne “La traduzione: problemi e metodi” (trad. di F. Frangini, Milano, Garzanti, 1988), definisce “comunicativa” questo tipo di traduzione, in opposizione alla traduzione semantica, con cui il traduttore “cerca […] di riprodurre l’esatto significato contestuale dell’autore” (pag. 51).

Ecco alcuni termini che, in fase di traduzione, mi avevano dato qualche problema, poiché spesso viene dato loro un senso particolare, diverso dal solito, oppure sono difficili da trovare nei comuni vocabolari perché termini specialistici. Per capire in che senso erano stati usati (e, quindi, per tradurli in modo opportuno), era stato necessario fare delle ricerche.

the industrial character of message production for mass communication, involving enormous personal and technical resources and economic interests, which makes it difficult to identify and clearly distinguish between animator, author and principal of a message.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 205)

la natura industriale della produzione di messaggi per le comunicazioni di massa, che implica enormi risorse personali e tecniche e interessi economici. Questa rende difficile identificare e distinguere chiaramente tra “animatore”, autore e “mandante” di un messaggio.

Il sociolinguista Goffman usa questi tre termini nel suo libro “Forme del parlare”, pubblicato negli anni ‘80. Si parla dei ruoli dei parlanti/oratori, e Goffman preferisce la nozione di production mode a quella di “parlante” o di “mittente”. Questa nozione comprende le funzioni di animator, author e principal.

Per animator s’intende il parlante come “macchina fonica”: presta la sua voce al messaggio da trasmettere e, spesso, può essere un semplice sostituto dell’autore.

In “Traduzione scritta e traduzione orale” Straniero Sergio non traduce il termine, ma inserisce una spiegazione in italiano tra parentesi. Nella sua tesi di dottorato, Amato (2007) scrive sia il termine in corsivo, traduce il termine letteralmente mettendolo tra parentesi (ha usato una “etichetta traduttiva”) e aggiunge una spiegazione. L’animator è una “macchina parlante che di fatto presta la sua voce, ma spesso funge solo da sostituto dell’autore”.

Sciubba traduce il termine con “animatore”, così come viene riportato su altri testi, ma scrive anche, tra parentesi, “o macchina fonica”. Comunque, il senso che il termine ha nel testo è uno che Goffman stesso ha dato alla parola.

Quindi, avevo tradotto il termine letteralmente e visto che, di solito, la parola “animatore” evocherebbe tutt’altro (tipo “chi organizza le attività, specialmente sportive e di svago, di un gruppo di persone”) e il senso in cui il termine è usato qui è uno “insolito”, avevo deciso di metterlo tra virgolette.

Per quanto riguarda l’uso delle virgolette, Newmark ha scritto:

“Il traduttore (e il tipografo) usano di norma le virgolette per […] traduzione letterale, soprattutto di termini culturali o collocazioni straniere: di solito fra parentesi per indicare, dopo la riproduzione dell’originale, che sono inaccettabili ma che aiutano a spiegare il significato. […] Il traduttore può anche usare le virgolette (corsivo o virgolette nella stampa) anche per […] una parola usata in senso fantasioso o figurato al di fuori del suo contesto abituale […] indicare […] un’etichetta traduttiva”.

Per author, indubbiamente, avevo optato per una traduzione letterale: con questo termine si indica l’autore, “entità che formula il testo” (Straniero Sergio) o “chi ha formulato e preparato gli enunciati che vengono prodotti” (Amato). Inoltre, Duranti, in “Linguistic Anthropology”, scrive: “The author is the one who is responsible for the selection of words and sentiments that are being expressed”.

Per quanto riguarda principal, termine preso dal linguaggio legale (“nell’ambito del contratto di mandato, chi incarica il mandatario di compiere uno o più atti giuridici nel proprio interesse”), per Duranti “is the person or institution whose position or beliefs are being represented. The principal is also the one who is held responsible for whatever position is being presented”.

Straniero Sergio traduce il termine con “mandante” e, questo ruolo, può anche non coincidere con quello di author. Viene fatto l’esempio del caso in cui una persona viene incaricata di formulare un testo seguendo precise istruzioni del suo superiore o un ente. Per Amato, il principal (tradotto anche qui con “mandante”) è “qualcuno che crede personalmente in ciò che si dice e assume la posizione implicata in ciò che viene detto”. Per conservare il rimando alla terminologia legale, volutamente usato dall’autore, anch’io avevo tradotto “mandante”.

Sempre nello stesso testo, a pagina 208, c’è il termine gatekeeping:

In the case of mixed roles, there can be an even stronger interference with personal goals of the presenter/interpreter (tendency to adapt the translated discourse to one’s expectations or aims, need of topic and situation development, gatekeeping etc.).

Nel caso dei ruoli misti, ci può essere un’interferenza ancora più forte con gli obiettivi personali del presentatore/interprete (la tendenza ad adattare il discorso tradotto ai propri obiettivi o aspettative, la necessità di sviluppare l’argomento e la situazione, il controllo del flusso dell’informazione, ecc…).

Secondo Lewin, il gatekeeper (letteralmente: “custode del cancello”) è il controllore del flusso dell’informazione, che ha il potere di decidere se lasciar passare o bloccare l’informazione. Le sue decisioni vengono realizzate non tanto sulla base di valutazioni individuali, quanto a un insieme di valori che includono criteri professionali, organizzativi. Il gatekeeper subisce delle pressioni e dei condizionamenti affinché si comporti in un certo modo. Per Wolf, il gatekeeping comprenderebbe:

“tutte le forme di controllo dell’informazione che possono determinarsi nelle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti […] le esigenze organizzativo-strutturali e le caratteristiche tecnico-espressive di ogni mezzo di comunicazione di massa (in quanto) elementi cruciali nel determinare la rappresentazione della realtà sociale fornita dai media”.

Talvolta, una conseguenza di questo controllo dell’informazione può essere la distorsione delle informazioni che si vogliono trasmettere attraverso i media.

Talvolta il controllo dell’informazione può sfociare nella censura, che è un suo caso estremo. Per fare un esempio, il 20 gennaio 2009 due portali Internet cinesi hanno censurato parte del discorso di insediamento di Barack Obama, in cui si menzionava la sconfitta di fascismo e comunismo, e si criticavano i dittatori che sopprimono il dissenso. La TV di Stato cinese non ha trasmesso il discorso in diretta, ma il sito del quotidiano “China Daily” lo ha pubblicato senza censure e non tradotto.

A pagina 209 (paragrafo 3.5) si parla di talk-as-play e di footing:

In the entertainment genre (see 3.8. Genres), phatic aspects, talk-as-play and footing are skilfully used by media professionals to create a “personalised style of pseudo-intimacy” (Holly 1995:345) and to enhance parasocial interaction involving the virtual audience.

Nel genere dei programmi di intrattenimento (si veda il paragrafo 3.8. Generi), gli aspetti fàtici, l’impostazione ludica del discorso e il footing sono usati abilmente dai professionisti dei media per creare un “tipo personalizzato di pseudo-confidenza” (Holly 1995:345) e per intensificare l’interazione parasociale con il pubblico virtuale.

Per quanto riguarda il primo termine, Bateson introduce il concetto del play frame (contesto ludico), secondo cui possiamo considerare le nostre azioni come “serie” o “fatte per gioco”. I partecipanti a una conversazione possono far capire agli altri se qualcosa viene fatta seriamente o per gioco, per scherzo. Qualunque cosa può essere divertente (Coates). Nella categoria playful talk rientrano diverse attività e azioni, come prendere in giro qualcuno, scherzare, i giochi di parole, le parodie, ecc… (Lytra). Inizialmente, avevo tradotto talk-as-play con “modo scherzoso di parlare” ma, alla fine, avevo capito che qui s’intende l’impostazione ludica del discorso, e quindi avevo tradotto così.

Footing, invece, può indicare:

  • the conditions or arrangements on which something is based;
  • a firm hold with your feet when you are standing on a dangerous surface;
  • the solid base of bricks, stone etc that is under a building to support it and fasten it to the ground.

All’inizio, lo avevo reso con “posizione” ma, a parte il fatto che da solo non significava niente, ho notato che Straniero Sergio lo ha usato in corsivo e non tradotto. Viene citato anche qui Goffman, secondo cui: “Footing è la posizione che il parlante assume nei confronti di se stesso e dei suoi interlocutori nell’ambito di una situazione comunicativa”. Quindi, anch’io avevo deciso di lasciare il termine in LP.

The main characteristics of media instrumentalities, compared to more traditional forms of interpreting, are their increasing technicality and minimal control the interpreter has over them, as well as the complete lack of back-channel from the off-screen audience and, sometimes, from all participants.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 210)

Le caratteristiche principali degli strumenti mediatici, rispetto a forme di interpretazione più tradizionali, sono il loro maggiore carattere tecnico e il minimo controllo che l’interprete ha su di loro, così come la mancanza totale di un back-channel da parte del pubblico da casa e, talvolta, da tutti i partecipanti.

Il back-channel è una sorta di feedback, di reazione che ha l’ascoltatore, per far capire a chi parla che lo sta seguendo nel suo discorso (per esempio, quando si annuisce). Avevo deciso di trascriverlo invece che tradurlo perché avevo capito che si trattava di termine tecnico legato alla linguistica.

TESTO DA CUI SONO STATI TRATTI GLI ATTI DI CONVEGNO TRADOTTI:

GARZONE, G. – VIEZZI, M. (a cura di), Interpreting in the 21st Century. Challenges and opportunities. Selected papers from the 1st Forlì Conference on Interpreting Studies, 9-11 November 2000, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins Publishing Company (Benjamins Translation Library, 43), 2002, pagg. 203-225.

Per quanto riguarda i testi di approfondimento sull’interpretazione televisiva, si rimanda a questa pagina.