Post in italiano

Il code switching e altre storie

hello-1502369_640

Ieri sera ero al supermercato quando, all’improvviso, quest’ultimo viene “invaso” da un gruppo numeroso di turisti stranieri, circa una trentina di persone che parlavano una lingua che mi sembrava slava (Russo? Polacco? Non avendole mai studiate, non saprei distinguerle). Tra gli articoli che avevano messo nei carrelli, c’erano prodotti locali, birra, limonate e preparati per panna cotta, per non parlare del preparato per la cioccolata calda (e pensare che siamo a luglio!!!) che aveva preso una signora.

Cosa mi succede: comincio a pensare in due lingue contemporaneamente, sia in italiano che in inglese, forse perché il mio cervello si stava preparando all’eventualità di dover comunicare con queste persone, magari per dire “Mi scusi/scusate, permesso” o cose di questo genere. La cassiera mi chiede qualcosa e io rispondo “Yes”, poi mi fa notare che, per distrazione, mi ero dimenticata di pesare un sacchetto al reparto ortofrutta ed esclamo “Oh my!”. Vado a pesare il sacchetto in questione e penso: “Che codice è?”. Leggo il codice, era il 22 ma, invece di “ventidue”, penso “twenty-two”. Non l’ho neanche fatto apposta, mi è venuto spontaneo!

Questo fenomeno si chiama commutazione di codice (o code switching), e si può verificare in chi conosce più di una lingua o dialetto. L’Enciclopedia Treccani spiega benissimo (in modo esaustivo, direi) la definizione di questo termine, con vari esempi, e la differenza con il code mixing. 

Di recente, mi hanno contattata chiedendo informazioni su come fare un’analisi traduttologica. Tempo fa avevo scritto un post a riguardo, e sento la necessità di “ampliarlo” in questo post, a mo’ di postilla, consigliando alcuni libri a chi deve cimentarsi con questo tipo di analisi. Entrambi i libri a cui mi riferisco utilizzano un approccio pratico, quindi non sono la solita raccolta di teorie della traduzione; inoltre, riportano degli esempi di procedimenti traduttivi e di come differiscono alcune caratteristiche (ad esempio, grammaticali) delle lingue prese in esame.

Il primo libro che consiglio si rivolge a chi ha l’inglese nella propria combinazione linguistica: “Tradurre. Manuale teorico e pratico” di Paola Faini, edito da Carocci.

Il secondo libro, invece, può essere molto utile ai francesisti: “La pratica della traduzione. Dal francese in italiano e dall’italiano al francese” di Josiane Podeur, edito da Liguori. Ho appena visto su Amazon che è disponibile anche in formato e-book.

Advertisements
Post in italiano

Quando il gioco si fa duro, ovvero i termini difficili da tradurre

Il mese scorso ho scritto un guest post sul blog “Dalla pratica alla teoria” dell’agenzia Pianeta Traduzioni. Ovviamente, il titolo parla da sé (in inglese, si definirebbe self-explanatory). Il guest post è basato su quella che ritengo la mia prima importante esperienza di traduzione, avvenuta tre-quattro anni fa (avevo cominciato a tradurre i testi proprio in questo periodo del 2008), mentre preparavo la tesi di laurea, di cui ho parlato anche in un post risalente ad aprile 2011.

QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, OVVERO I TERMINI DIFFICILI DA TRADURRE

Per la mia tesi di laurea, avevo tradotto due atti di convegno dall’inglese all’italiano. Il convegno in questione (“Interpreting in the 21st Century. Challenges and Opportunities”, tenutosi a Forlì, presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, dal 9 all’11 novembre 2000) faceva il punto della situazione sull’interpretazione alla fine del XX secolo. In particolare, i due atti di convegno da me tradotti riguardano il cosiddetto media interpreting, ovvero l’interpretazione televisiva e per i media in generale. Nel tradurli, ho utilizzato un approccio il più idiomatico possibile, per ottenere una traduzione orientata al testo di arrivo (target-oriented translation). In questo tipo di approccio, messi in rilievo sono il senso del testo, ma anche gli usi e le convenzioni della lingua e cultura di arrivo. In traduttologia, a questo tipo di traduzione si oppone la traduzione orientata al testo di partenza (source-oriented translation), in cui la traduzione letterale si adopera come strategia traduttiva e si tende a importare nel testo di arrivo (TA) gli elementi culturali e linguistici del testo di partenza (TP). Mentre nella target-oriented translation vengono privilegiate le aspettative linguistiche, stilistiche e socioculturali dei lettori della lingua d’arrivo (LA), lo scopo della source-oriented translation è quello di avvicinare questi ultimi alle forme originali del TP.

Avevo preferito tradurre idiomaticamente perché credo che un buon traduttore non debba tradurre troppo letteralmente: mentre il lettore della LA legge il testo tradotto, questo non deve sembrargli una traduzione. Infatti l’operato del traduttore non deve trasparire nel prodotto finale: quel testo deve sembrare scritto da un parlante madrelingua della LA. Leggendo una buona traduzione di questo tipo, quasi non ci si accorgerebbe che è un testo tradotto. Si mira a creare sul lettore della LA lo stesso effetto che il TP avrebbe sul lettore della lingua di partenza (LP). Newmark, ne “La traduzione: problemi e metodi” (trad. di F. Frangini, Milano, Garzanti, 1988), definisce “comunicativa” questo tipo di traduzione, in opposizione alla traduzione semantica, con cui il traduttore “cerca […] di riprodurre l’esatto significato contestuale dell’autore” (pag. 51).

Ecco alcuni termini che, in fase di traduzione, mi avevano dato qualche problema, poiché spesso viene dato loro un senso particolare, diverso dal solito, oppure sono difficili da trovare nei comuni vocabolari perché termini specialistici. Per capire in che senso erano stati usati (e, quindi, per tradurli in modo opportuno), era stato necessario fare delle ricerche.

the industrial character of message production for mass communication, involving enormous personal and technical resources and economic interests, which makes it difficult to identify and clearly distinguish between animator, author and principal of a message.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 205)

la natura industriale della produzione di messaggi per le comunicazioni di massa, che implica enormi risorse personali e tecniche e interessi economici. Questa rende difficile identificare e distinguere chiaramente tra “animatore”, autore e “mandante” di un messaggio.

Il sociolinguista Goffman usa questi tre termini nel suo libro “Forme del parlare”, pubblicato negli anni ‘80. Si parla dei ruoli dei parlanti/oratori, e Goffman preferisce la nozione di production mode a quella di “parlante” o di “mittente”. Questa nozione comprende le funzioni di animator, author e principal.

Per animator s’intende il parlante come “macchina fonica”: presta la sua voce al messaggio da trasmettere e, spesso, può essere un semplice sostituto dell’autore.

In “Traduzione scritta e traduzione orale” Straniero Sergio non traduce il termine, ma inserisce una spiegazione in italiano tra parentesi. Nella sua tesi di dottorato, Amato (2007) scrive sia il termine in corsivo, traduce il termine letteralmente mettendolo tra parentesi (ha usato una “etichetta traduttiva”) e aggiunge una spiegazione. L’animator è una “macchina parlante che di fatto presta la sua voce, ma spesso funge solo da sostituto dell’autore”.

Sciubba traduce il termine con “animatore”, così come viene riportato su altri testi, ma scrive anche, tra parentesi, “o macchina fonica”. Comunque, il senso che il termine ha nel testo è uno che Goffman stesso ha dato alla parola.

Quindi, avevo tradotto il termine letteralmente e visto che, di solito, la parola “animatore” evocherebbe tutt’altro (tipo “chi organizza le attività, specialmente sportive e di svago, di un gruppo di persone”) e il senso in cui il termine è usato qui è uno “insolito”, avevo deciso di metterlo tra virgolette.

Per quanto riguarda l’uso delle virgolette, Newmark ha scritto:

“Il traduttore (e il tipografo) usano di norma le virgolette per […] traduzione letterale, soprattutto di termini culturali o collocazioni straniere: di solito fra parentesi per indicare, dopo la riproduzione dell’originale, che sono inaccettabili ma che aiutano a spiegare il significato. […] Il traduttore può anche usare le virgolette (corsivo o virgolette nella stampa) anche per […] una parola usata in senso fantasioso o figurato al di fuori del suo contesto abituale […] indicare […] un’etichetta traduttiva”.

Per author, indubbiamente, avevo optato per una traduzione letterale: con questo termine si indica l’autore, “entità che formula il testo” (Straniero Sergio) o “chi ha formulato e preparato gli enunciati che vengono prodotti” (Amato). Inoltre, Duranti, in “Linguistic Anthropology”, scrive: “The author is the one who is responsible for the selection of words and sentiments that are being expressed”.

Per quanto riguarda principal, termine preso dal linguaggio legale (“nell’ambito del contratto di mandato, chi incarica il mandatario di compiere uno o più atti giuridici nel proprio interesse”), per Duranti “is the person or institution whose position or beliefs are being represented. The principal is also the one who is held responsible for whatever position is being presented”.

Straniero Sergio traduce il termine con “mandante” e, questo ruolo, può anche non coincidere con quello di author. Viene fatto l’esempio del caso in cui una persona viene incaricata di formulare un testo seguendo precise istruzioni del suo superiore o un ente. Per Amato, il principal (tradotto anche qui con “mandante”) è “qualcuno che crede personalmente in ciò che si dice e assume la posizione implicata in ciò che viene detto”. Per conservare il rimando alla terminologia legale, volutamente usato dall’autore, anch’io avevo tradotto “mandante”.

Sempre nello stesso testo, a pagina 208, c’è il termine gatekeeping:

In the case of mixed roles, there can be an even stronger interference with personal goals of the presenter/interpreter (tendency to adapt the translated discourse to one’s expectations or aims, need of topic and situation development, gatekeeping etc.).

Nel caso dei ruoli misti, ci può essere un’interferenza ancora più forte con gli obiettivi personali del presentatore/interprete (la tendenza ad adattare il discorso tradotto ai propri obiettivi o aspettative, la necessità di sviluppare l’argomento e la situazione, il controllo del flusso dell’informazione, ecc…).

Secondo Lewin, il gatekeeper (letteralmente: “custode del cancello”) è il controllore del flusso dell’informazione, che ha il potere di decidere se lasciar passare o bloccare l’informazione. Le sue decisioni vengono realizzate non tanto sulla base di valutazioni individuali, quanto a un insieme di valori che includono criteri professionali, organizzativi. Il gatekeeper subisce delle pressioni e dei condizionamenti affinché si comporti in un certo modo. Per Wolf, il gatekeeping comprenderebbe:

“tutte le forme di controllo dell’informazione che possono determinarsi nelle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti […] le esigenze organizzativo-strutturali e le caratteristiche tecnico-espressive di ogni mezzo di comunicazione di massa (in quanto) elementi cruciali nel determinare la rappresentazione della realtà sociale fornita dai media”.

Talvolta, una conseguenza di questo controllo dell’informazione può essere la distorsione delle informazioni che si vogliono trasmettere attraverso i media.

Talvolta il controllo dell’informazione può sfociare nella censura, che è un suo caso estremo. Per fare un esempio, il 20 gennaio 2009 due portali Internet cinesi hanno censurato parte del discorso di insediamento di Barack Obama, in cui si menzionava la sconfitta di fascismo e comunismo, e si criticavano i dittatori che sopprimono il dissenso. La TV di Stato cinese non ha trasmesso il discorso in diretta, ma il sito del quotidiano “China Daily” lo ha pubblicato senza censure e non tradotto.

A pagina 209 (paragrafo 3.5) si parla di talk-as-play e di footing:

In the entertainment genre (see 3.8. Genres), phatic aspects, talk-as-play and footing are skilfully used by media professionals to create a “personalised style of pseudo-intimacy” (Holly 1995:345) and to enhance parasocial interaction involving the virtual audience.

Nel genere dei programmi di intrattenimento (si veda il paragrafo 3.8. Generi), gli aspetti fàtici, l’impostazione ludica del discorso e il footing sono usati abilmente dai professionisti dei media per creare un “tipo personalizzato di pseudo-confidenza” (Holly 1995:345) e per intensificare l’interazione parasociale con il pubblico virtuale.

Per quanto riguarda il primo termine, Bateson introduce il concetto del play frame (contesto ludico), secondo cui possiamo considerare le nostre azioni come “serie” o “fatte per gioco”. I partecipanti a una conversazione possono far capire agli altri se qualcosa viene fatta seriamente o per gioco, per scherzo. Qualunque cosa può essere divertente (Coates). Nella categoria playful talk rientrano diverse attività e azioni, come prendere in giro qualcuno, scherzare, i giochi di parole, le parodie, ecc… (Lytra). Inizialmente, avevo tradotto talk-as-play con “modo scherzoso di parlare” ma, alla fine, avevo capito che qui s’intende l’impostazione ludica del discorso, e quindi avevo tradotto così.

Footing, invece, può indicare:

  • the conditions or arrangements on which something is based;
  • a firm hold with your feet when you are standing on a dangerous surface;
  • the solid base of bricks, stone etc that is under a building to support it and fasten it to the ground.

All’inizio, lo avevo reso con “posizione” ma, a parte il fatto che da solo non significava niente, ho notato che Straniero Sergio lo ha usato in corsivo e non tradotto. Viene citato anche qui Goffman, secondo cui: “Footing è la posizione che il parlante assume nei confronti di se stesso e dei suoi interlocutori nell’ambito di una situazione comunicativa”. Quindi, anch’io avevo deciso di lasciare il termine in LP.

The main characteristics of media instrumentalities, compared to more traditional forms of interpreting, are their increasing technicality and minimal control the interpreter has over them, as well as the complete lack of back-channel from the off-screen audience and, sometimes, from all participants.

(“New perspectives and challenges for interpretation”, pag. 210)

Le caratteristiche principali degli strumenti mediatici, rispetto a forme di interpretazione più tradizionali, sono il loro maggiore carattere tecnico e il minimo controllo che l’interprete ha su di loro, così come la mancanza totale di un back-channel da parte del pubblico da casa e, talvolta, da tutti i partecipanti.

Il back-channel è una sorta di feedback, di reazione che ha l’ascoltatore, per far capire a chi parla che lo sta seguendo nel suo discorso (per esempio, quando si annuisce). Avevo deciso di trascriverlo invece che tradurlo perché avevo capito che si trattava di termine tecnico legato alla linguistica.

TESTO DA CUI SONO STATI TRATTI GLI ATTI DI CONVEGNO TRADOTTI:

GARZONE, G. – VIEZZI, M. (a cura di), Interpreting in the 21st Century. Challenges and opportunities. Selected papers from the 1st Forlì Conference on Interpreting Studies, 9-11 November 2000, Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins Publishing Company (Benjamins Translation Library, 43), 2002, pagg. 203-225.

Per quanto riguarda i testi di approfondimento sull’interpretazione televisiva, si rimanda a questa pagina.

A Student's Life, Post in italiano, Tutorials

Tesi di traduzione: su cosa basare l’analisi traduttologica?

Rieccomi per il secondo post di oggi, stavolta in italiano. Ispirata da un messaggio di un’amica che mi chiede dei consigli su come impostare il capitolo sull’analisi traduttologica della sua tesi di laurea, ecco alcune indicazioni (ovviamente, è solo un esempio… non credo ci sia un solo modo possibile) su come si potrebbe organizzare un capitolo del genere.

Un libro che mi è stato molto utile per la tesi, ma non solo, è “Terminologia della traduzione” di J. Delisle, H. Lee-Jahnke e M. C. Cornier (a cura di M. Ulrych, trad. di C. Falbo e M. T. Musacchio), edito dalla Hoepli e uscito nel 2002. Lo considero una sorta di bibbia della traduzione, è decisamente un must (have), sia per gli studenti che per i professionisti della traduzione.

1. Tipologia testuale. Introduzione della tipologia testuale del/i testo/i tradotto/i (es. testo giornalistico, testo letterario, atto di convegno, saggio, discorso, ecc…) con una breve descrizione delle sue caratteristiche tipiche:

  • funzione (espressiva, vocativa, informativa),
  • registro (formale, colloquiale, ecc…),
  • linguaggio (specialistico o meno),
  • uso dei sostantivi, dei verbi, ecc…,
  • obiettivo che il testo/i testi si pone/pongono,
  • per quale tipo di pubblico è/sono pensato/i.

2. Strategia traduttiva, ovvero la “strategia che il traduttore applica in modo coerente in funzione dell’intenzione adottata nella traduzione di un dato testo”, Delisle et al. 2002).

  • descrizione della strategia traduttiva usata (source-oriented o target-oriented, ovvero traduzione orientata al testo di partenza o al testo d’arrivo; traduzione semantica o comunicativa secondo Newmark[2. P. NEWMARK, La traduzione: problemi e metodi, trad. di F. Frangini, Milano, Garzanti, 1988.], ecc…) e motivazione/i per cui la si è utilizzata.

3. Procedimenti traduttivi. Un procedimento traduttivo è un “procedimento di trasferimento linguistico degli elementi portatori di senso del testo di partenza applicato dal traduttore nel momento in cui formula un’equivalenza” (Delisle et al. 2002). I procedimenti traduttivi si differenziano dalla strategia traduttiva perché quest’ultima riguarda un approccio applicato al testo nella sua interezza.

  • descrizione dei vari procedimenti traduttivi usati [esempi di procedimenti traduttivi sono: calco, traduzione letterale (può anche essere una strategia traduttiva), economia, amplificazione, modulazione], con qualche esempio.

4. Termini particolarmente difficili da tradurre

  • esempi di termini che, in fase di traduzione, hanno dato filo da torcere, magari perché nel testo viene dato loro un significato particolare, o sono termini tecnico-specialistici che non si trovano nei comuni vocabolari.
  • Ovviamente, bisogna anche spiegare questi esempi: ad esempio, scrivere che nel libro X, l’autore Tizio usa quel termine per indicare una certa cosa e che si è scelto di tradurlo così perché il contesto lo richiedeva, o perché Caio e Sempronio hanno proposto quella traduzione. Mi è servito davvero tanto, in fase di traduzione, ma anche di revisione, annotare tutto ciò che ricercavo sui libri e in Rete su un blocco note. Quando poi ho scritto questa parte del capitolo sull’analisi traduttologica, quasi tutto il materiale che avevo usato per scriverlo era lì.

5. Altri problemi legati alla traduzione

  • problemi non legati nello specifico ai procedimenti traduttivi e che non rientrano nel paragrafo dei termini particolarmente difficili da tradurre. Per fare un esempio: uno dei testi che ho tradotto, che ha come target reader studiosi, professionisti ed esperti d’interpretazione, traduzione o linguistica che non sono italiani, spiega in una nota cos’è la RAI. Ho dato per scontato che i corrispettivi italiani delle suddette categorie di persone sappiano benissimo cos’è e ho ritenuto opportuno, per conservare l’ordine delle note nel testo tradotto, inserire una Nota del Traduttore che rimanda al capitolo sul commento e l’analisi traduttologica in cui ho parlato anche di questo. 

6. Rimandi intertestuali nel/i testo/i di partenza

7. Termini tecnico-specialistici (ovviamente, se il testo ne contiene)

8. Espressioni idiomatiche (con esempi).

Clicca qui per leggere la seconda parte del post.

A Student's Life, Tutorials

Consigli ai laureandi

Avendo studiato Mediazione Linguistica all’Università, ho dovuto scrivere una tesi che trattasse di comunicazione interlinguistica e/o interculturale. Sin dal secondo anno di corso ho pensato a vari argomenti: traduzione assistita da computer (o Computer-Assisted Translation), il lavoro degli interpreti delle istituzioni europee, la preparazione degli interpreti a una conferenza. Arrivata alla sessione estiva del terzo anno, visto che gli argomenti che avevo pensato di trattare erano troppo vasti o generici e non me la sentivo di fare la classica tesi compilativa, ho optato per una tesi di traduzione.

Un consiglio che vorrei dare ai laureandi che magari non hanno idea dell’argomento su cui fare la tesi è questo: prendere spunto dagli argomenti trattati a lezione. Ce n’è stato uno che vi è particolarmente piaciuto? Ne volete approfondire uno e parlarne nella vostra tesi? Tenetelo in considerazione, però dovete rendervi anche conto che deve essere qualcosa che sia alla vostra portata. Ad esempio, non chiedete una tesi di traduzione di alcuni testi sulla fisica nucleare se non siete per niente portati per la fisica, o ad esempio una basata su un testo letterario, quando la vostra passione sono le materie scientifiche e i linguaggi specialistici. Puntate tutto su ciò che sapete fare meglio, tirate fuori il meglio di voi stessi, visto che la Laurea è uno dei momenti più importanti della vita studentesca e dovete dimostrare di aver padroneggiato ciò che avete imparato negli anni di corso. Poi, se desiderate fare una tesi di traduzione, dovete trovare un testo/libro/ecc… che non sia stato ancora tradotto in italiano.

Per la mia tesi ho tradotto due testi dall’inglese sugli interpreti che lavorano in televisione (mi affascinava l’argomento). Ho cominciato a tradurli a luglio dello scorso anno. Sì, la discussione della tesi era ad aprile, ma avevo anche altri tre esami da sostenere, quindi ho sia studiato per gli esami che preparato la tesi (altrimenti, per sostenere l’esame di Laurea a luglio, avrei dovuto pagare le tasse di un intero anno accademico, cosa che volevo assolutamente evitare, dato che era fattibile che mi laureassi nella sessione straordinaria, ad aprile). Oltre alle traduzioni ho scritto un commento in cui c’era l’analisi traduttologica dei due testi. Ho spiegato perché ho usato certi procedimenti traduttivi, qual era la mia strategia traduttiva (procedimento traduttivo e strategia traduttiva sono due cose diverse), qual era la funzione dei testi, i termini tecnici, le espressioni idiomatiche, quali erano gli elementi e i concetti che ho trovato difficili da tradurre e come poi ho risolto il problema…

OK, passiamo ai testi che vi consiglio per affrontare una tesi di traduzione. Ho trovato ottimo il libro di Peter Newmark, “La traduzione:  problemi e metodi” (Garzanti, 1988) per quanto riguarda i procedimenti traduttivi e questioni tipografiche, ad esempio in che modo va usato il corsivo. Un’altra guida molto utile è “Terminologia della Traduzione” (Hoepli, 2002), che spiega i vari termini usati in traduttologia ed elenca le traduzioni in quattro lingue (inglese, francese, tedesco e spagnolo) dei singoli termini. Un “classico” sulle tesi di Laurea è “Come scrivere una tesi di Laurea” di Umberto Eco (Bompiani, 2001), ma bisogna tenere presente il fatto che ogni Facoltà ha degli standard redazionali per quanto riguarda le tesi di Laurea che possono variare.