Post in italiano, traduzione

Il mio percorso per diventare traduttrice

Leggendo questo post di Ilaria Corti, ho pensato a quanto simili possano essere le mie esperienze e i miei pensieri.

Per prima cosa, anch’io ho studiato Mediazione linguistica e poi mi sono iscritta a Lingue straniere per l’impresa e la cooperazione internazionale (ho sostenuto tutti gli esami e mi manca solo la tesi, però ammetto che ho avuto dei momenti in cui mi sono detta: “Ma chi me l’ha fatto fare? Io odio le materie economiche!”).

Anch’io, a volte, mi chiedo perché non mi sono iscritta a un corso di laurea magistrale in Traduzione, piuttosto. Un momento, io ero iscritta a Traduzione, poi ho dovuto cambiare corso per vari motivi che non sto a elencare, è una storia lunga.

In realtà, ho scelto Lingue straniere per l’impresa anche perché nel piano di studi c’erano dei corsi di traduzione: sia al primo che al secondo anno, ho tradotto testi specialistici e studiato su libri di teoria della traduzione.

Comunque, spesso all’università non ti spiegano come cominciare a lavorare in proprio. Si sa, nella maggior parte dei casi, il mestiere del traduttore viene svolto in qualità di lavoratore autonomo. Per fortuna, vengono organizzati dei corsi, come questo di STL, che mirano a insegnare a un aspirante traduttore tutto ciò che riguarda la libera professione: regimi fiscali, strategie di marketing, tariffe, business plan, ecc.

A proposito di programmi per aspiranti traduttori (traduttrici e interpreti, in questo caso), il mese prossimo comincerà il Freelance Lab, organizzato da Francesca di Punto F. Strutturato in due periodi, ritengo che sia un programma completo e un’ottima iniziativa per chi intende lavorare come traduttrice/interprete ma deve ancora gettare le basi della propria attività. Fino al 16 dicembre, ci si può iscrivere approfittando di promozioni early bird, ma attenzione: i posti sono solo dieci! Io mi sono iscritta, non vedo l’ora di cominciare questo percorso!

Cito il post di Ilaria Corti:

Cosa mi fa alzare tutte le mattine con entusiasmo e voglia di fare?

La risposta era sempre una: la traduzione.

Alla fine, non esiste un unico tipo di percorso per diventare traduttori. 

george-eliot

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Posts in English, translation

Why I Love Being a Translator

traduzione

It’s been four (yes, FOUR!) years since I last wrote a post on my blog. I know, it’s been a very long time. I have been busy with my MA course, and I also started working on my thesis, which will be on French literary translation (more details about it in upcoming posts).

Today is one of those days in which I love my job, and I feel proud to be a translator! I am glad I chose this path, I realised that I found my calling. I am writing this post after attending the TetraTeTra translation conference in Forlì, which I enjoyed. It’s 12:37 a.m. right now but, instead of going to bed, I decided to write a post on the reasons why I love being a translator. Here they are:

1) The sense of satisfaction and completion I feel after finding le mot juste, or after finishing the translation of a text;

2) It’s an enriching job which allows you to expand your knowledge in both source and target languages. Two words: lifelong learning;

3) As a freelancer, I can have a flexible working schedule, by adapting it to what needs to be done that day. I can work at home and fully concentrate on the text I’m working on.

That’s all for now. The bed is waiting for me… I’m tired, but happy!

Post in italiano

“Il traduttore è lo psicanalista dell’autore”, un discorso di Daniel Pennac

Questo è il discorso tenuto da Daniel Pennac in occasione del premio che gli è stato consegnato in occasione delle Giornate della Traduzione di Urbino.
La traduzione dell’intervento è di Yasmina Melaouah, traduttrice ufficiale dell’amatissimo scrittore francese.
Le sue parole rendono ben evidente perché la giuria abbia deciso di premiare Daniel Pennac, ma le motivazioni “ufficiali” sono state così indicate dalla commissione: per l’inesausta disponibilità con cui affianca i suoi traduttori nelle varie fasi dell’interpretazione e della resa linguistica; per la generosa attenzione mostrata nei confronti delle loro condizioni di lavoro; per l’ideale testimonianza sul valore della traduzione di cui è portatore nel mondo della cultura.

Cari amici traduttori, luci della mia Pentecoste laica, lasciate che vi ringrazi e vi dica il mio stupore, che vi ringrazi per l’onore che mi fate assegnandomi questo premio e vi dica il mio stupore per aver scelto proprio me per questo onore.
Voi dite di essermi grati per il mio atteggiamento generale nei confronti dei traduttori. Quale gratitudine? Cosa sarebbe l’uomo che sono senza voi traduttori? Un uomo che non parla né legge alcuna lingua all’infuori della propria, nemmeno l’inglese; credo peraltro di essere l’ultimo europeo in questa triste condizione. Nemmeno l’italiano, nonostante i trent’anni di amicizia che ci legano. Quest’uomo ha un bisogno vitale dei traduttori, voi siete la mia vita, le mie vite, grazie a voi i miei libri rinascono e attraversano le frontiere. Dico rinascono poiché la traduzione di un testo letterario equivale a una nuova nascita e il ruolo che svolgono i traduttori in questa nascita viene considerato alla stregua di una creazione. La nozione di traduzione è inseparabile da quella di creazione; la pura e semplice trasposizione linguistica non è un atto di traduzione, bensì un atto di duplicazione che produce un ostrogoto incomprensibile. È sufficiente leggere le istruzioni per l’uso della mia lavatrice di origine tedesca, dal design italiano, con l’elettronica giapponese, fabbricata in Corea per essere indotti linguisticamente al suicidio.

Affinché un romanzo viva in un’altra lingua è necessario che qualcuno gli dia nuovamente vita in questa nuova lingua e questo qualcuno siete voi. In cosa consiste la nuova vita di un romanzo ben tradotto? In un testo che si incarna in una lingua che non è la sua lingua originale, nel vostro caso l’italiano, tanto da far esclamare al lettore “sembra scritto in italiano”, cosa che non si può dire delle istruzioni della vostra lavatrice. Ma che cosa ha provato l’illusione del lettore? La misteriosa forma dell’ottima traduzione, nella fattispecie la capacità di trasporre in un’altra lingua il lessico classico, popolare dell’autore straniero, il ritmo della sua scrittura, la sua musicalità, i suoi sottintesi, le sue allusioni, le svariate intenzioni dell’autore; in sostanza ciò che non è scritto e che potremmo chiamare lo spirito del testo. Capacità che fa del traduttore una sorta di psicanalista dell’autore. Ma chi dice spirito del testo dice anche spirito della lingua nella quale il testo è scritto, il che fa di voi anche etnologi attenti e linguisti puntigliosi; questa capacità di restituire lo spirito di una lingua straniera nella vostra lingua può nascere solo da una fusione con il testo e con la lingua di partenza, unita a una perfetta padronanza della lingua di arrivo, la vostra. Tale duplice competenza presuppone un’ubiquità linguistica e letteraria o, per essere più precisi, un intuito analogico; questo intuito analogico impone al traduttore di calarsi in una dimensione di ossessività, la quale, fra parentesi, è la stessa del romanziere al lavoro. Nell’esercizio di questa ossessione, Yasmina Melaouah, la mia traduttrice italiana, Eveline Passet, la mia traduttrice tedesca, Vlatka Valentic, la mia traduttrice croata, Akira Mitsubayashi, il mio traduttore giapponese, Sarah Adams, la mia traduttrice inglese, o Manuel Serrat Crespo, il mio traduttore spagnolo – per citarne solo alcuni – mi raggiungono spesso fin nel cuore dei miei testi. Ma l’ossessione, cari amici, lo sapete quanto me, richiede tempo. Richiede durata. E questo tempo, occorre remunerarlo.

Alcuni anni fa, a un convegno in cui mi è stato chiesto cosa pensassi del fatto che il traduttore è lo psicanalista dell’autore (poiché questa idea non è mia, e a quel convegno su di essa erano tutti unanimemente d’accordo), ho detto “sì, sì”, ho applaudito e ho suggerito quindi di allineare la retribuzione dei traduttori a quella degli psicanalisti. Ahimè, fine dell’unanimità. Nessuno era d’accordo con me, salvo i traduttori presenti, molto divertiti dall’idea. Giacché, professionalmente, voi siete schiavi dell’ossessione senza la remunerazione che la sua durata esige. E tuttavia traducete. Molto bene, nel caso di parecchi di voi.
Quando mi capita di leggere un romanzo straniero mal tradotto, prima di incolpare il traduttore mi chiedo sempre quanto tempo gli è stato concesso per entrare in intimità con il testo e nella profondità delle due lingue in gioco. E quando mi capita di leggere un’ottima traduzione la mia prima reazione è la gratitudine assoluta per il traduttore che ha trovato il tempo per la propria ossessione, che si è consacrato all’utopia letteraria, nonostante una logica di mercato che si interessa alle lettere solo quando diventano cifre, grosse cifre, e che non distingue tra la letteratura e le istruzioni per l’uso delle nostre lavatrici.

Di tutto questo, dunque, della vostra ubiquità, della vostra ossessività, del vostro impegno a far sì che ogni singolo romanzo si inscriva nella letteratura universale, vi ringrazio.

Fonte: Wuz.it

Translation & Interpreting

Happy International Translation Day!

First of all, I’m wishing all translators, interpreters and students specializing in Translation and/or Interpreting a happy International Translation Day, which is celebrated every year on September 30th on the feast of St. Jerome, the Patron Saint of Translators.

According to Wikipedia,

The celebrations have been promoted by FIT (the International Federation of Translators) ever since it was set up in 1953. In 1991 FIT launched the idea of an officially recognised International Translation Day to show solidarity of the worldwide translation community in an effort to promote the translation profession in different countries (not necessarily only in Christian ones). This is an opportunity to display pride in a profession that is becoming increasingly essential in the era of progressing globalisation.

According to the International Translators Association,

[…] the challenge of International Translation Day remains the same: to raise awareness of the translation profession.

For those who didn’t know, St. Jerome is the Patron Saint of archeologists, archivists, Bible scholars, librarians, libraries, schoolchildren, students and translators. You can read about his life and works on this Wikipedia article. Two years ago, Jill Sommers posted a very detailed post about him, which was also about the way he worked as a translator (he revised and translated parts of the Bible into Latin, and awarded sainthood thanks to the services he rendered to the Church). Quoting  the article posted on the TIHOF’s website:

Jerome’s humility regarding his own work set a good example for translators who followed him. He freely admitted ignorance, even embarrassment, when warranted, and revisited some of his translations, making corrections and additions. On the other hand, he also pointed out that a translation’s accuracy depended greatly on the reliability of the source text: copyists often inadvertently introduced errors, which would be compounded and passed down through the centuries.

The International Translation Day has a different theme every year. This year’s theme is Translation Quality for a Variety of Voices.

Many translation-related events are organized on this day. For example, ProZ.com’s Translation3 virtual conference, starting at 10 am GMT, which runs for 12 hours and you can attend for free. Always speaking of ProZ.com, some members even organize pow-wows.